L’artista si racconta
Tra memoria, pietra e silenzi
Mi chiamo Lanfranco Lanari.
Se mi guardo indietro, vedo un percorso fatto di lavoro, silenzi e gesti semplici. E di pietre.
La mia vita si è mossa lungo due strade: una fatta di regole e responsabilità, l’altra più silenziosa, nata dall’ascolto della materia e dalla pazienza del tempo.
Le radici
Sono nato a Perugia nel 1952, al quinto piano delle case popolari di via Birago. Ho perso mio padre, Licinio, quando ero ancora giovane. Accanto a me è rimasta mia madre, Giustina, donna forte e operosa, che mi ha insegnato il valore del lavoro e la dignità delle cose essenziali, insieme alla mia sorella maggiore Donatella.
È lì che ho imparato a osservare con rispetto.
A riconoscere bellezza anche in ciò che sembra umile.
Sono cresciuto alla scuola Don Bosco, dove ho frequentato le medie e poi il liceo classico grazie anche al sostegno di un ente assistenziale che contribuiva alla retta. In quegli anni la mia grande passione era il calcio: giocavo con la P.G.S. Don Bosco, e il pallone è stato il mio primo grande entusiasmo.
La vita nel diritto
Dopo gli studi classici e la laurea in Giurisprudenza ho dedicato molti anni della mia vita agli Uffici Giudiziari dell’Umbria (Norcia, Spoleto, Perugia) prima come avvocato con il titolo di procuratore legale, con una passione particolare per il diritto penale, e in seguito come funzionario amministrativo ho diretto con rigore e senso di responsabilità vari uffici giudiziari fra i quali sezione Sez Civile, sez, Penale Gip Gup ed infine sez. fallimentare fino al 2017 anno della pensione.
È stata una vita fatta di norme, di parola scritta, di disciplina.
Eppure, dentro di me cresceva altro.
L’incontro con la pietra
Sulle rive del Mare Adriatico ho iniziato a raccogliere sassi. Non sapevo ancora che quel gesto semplice sarebbe diventato parte di me.
Tra le pietre levigate dall’acqua vedevo forme che chiedevano di essere riconosciute. Non ho mai voluto scolpirle o modificarle. Le tengo tra le mani, le osservo, le ascolto.
Ho capito che alcune forme non si inventano: si attendono.
È il sasso stesso a suggerire cosa diventare
I primi gesti
Negli anni ’80 ho iniziato quasi per gioco — e per necessità — a lavorare con i sassi. Le disponibilità economiche non mi permettevano grandi spese, così ho cominciato a inventare piccoli regali per gli amici, assemblando le pietre che raccoglievo lungo il mare.
Li tenevo tra le mani, cercando una forma, un’idea. Da quel bisogno è nato il mio primo gesto creativo: semplice, necessario, ma vero.
Le prime figure emerse dalla pietra furono i frati: silenziosi, essenziali, quasi in dialogo con la materia da cui provenivano. L’atmosfera umbra e la semplicità francescana hanno nutrito da subito la mia fantasia.Utilizzavo supporti in ottone recuperati dagli scarti delle targhette dei nomi delle abitazioni. Per i capelli applicavo strisce di montone ricavate dagli avanzi del lavoro di mia madre. Nulla veniva sprecato. Ogni materiale trovava una seconda vita.
Le basi erano ricavate da ottone recuperato dagli scarti delle targhette per portoni; i capelli, da strisce di montone provenienti dagli avanzi del lavoro di mia madre, che faceva la pellicciaia.
I primi gesti
Negli anni ’80 ho iniziato quasi per gioco — e per necessità — a lavorare con i sassi. Le disponibilità economiche non mi permettevano grandi spese, così ho cominciato a inventare piccoli regali per gli amici, assemblando le pietre che raccoglievo lungo il mare.
Li tenevo tra le mani, cercando una forma, un’idea. Da quel bisogno è nato il mio primo gesto creativo: semplice, necessario, ma vero.
Le prime figure emerse dalla pietra furono i frati: silenziosi, essenziali, quasi in dialogo con la materia da cui provenivano. L’atmosfera umbra e la semplicità francescana hanno nutrito da subito la mia fantasia. Utilizzavo supporti in ottone recuperati dagli scarti delle targhette dei nomi delle abitazioni. Per i capelli applicavo strisce di montone ricavate dagli avanzi del lavoro di mia madre. Nulla veniva sprecato. Ogni materiale trovava una seconda vita.
Le basi erano ricavate da ottone recuperato dagli scarti delle targhette per portoni; i capelli, da strisce di montone provenienti dagli avanzi del lavoro di mia madre, che faceva la pellicciaia.
Un mondo che cresce
Col tempo quel gesto è diventato abitudine, poi cura, poi dedizione. Le piccole figure che realizzavo per affetto hanno iniziato ad accompagnare momenti importanti della mia vita.
Le bomboniere per il matrimonio dei miei figli Emanuele, Marco e Chiara e successivamente sono arrivate quelle per le ricorrenze dei miei nipoti. Ogni occasione era un modo per trasformare un evento in qualcosa di concreto, essenziale, destinato a durare.
Da quei piccoli oggetti è nato un cammino. Un percorso che negli anni si è fatto più consapevole, ma che non ha mai perso la sua semplicità originaria.
opera rappresentativa dei mie nove nipoti
Quello che faccio non è soltanto un’attività creativa. È un segno che desidero resti nel tempo, quando le mie mani non potranno più comporre.
Le mie opere sono un pensiero silenzioso, un dono che affido ai miei nove nipoti:
Viola, Giorgia, Sofia, Miriam, Giulia, Luca, Arianna, Susanna, Bianca
In loro vedo il futuro che continua. In ogni pietra che unisco cerco di lasciare qualcosa di me: la pazienza, l’amore, la memoria, la storia che ho vissuto.
Perchè un giorno possano ritrovare non solo un’opera ma il ricordo della mia vita e sapere che ogni pietra è stata scelta con amore.
E nel silenzio della pietra
rimane ciò che conta davvero.

